Aggiornamento Settembre 2005
Religioni
& Teoetotomie
di Roberto Verolini
Gv 8, 32 NUOVO!!!
Approfondimenti_Aggiornato
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Link 1: Scienza e Religioni: una nuova concezione
Link 2: Teologia evoluzionistica: l'antitesi di Darwin?
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contattare:
veroby@virgilio.it
Il presente sito propone alcuni risultati di una ricerca
sviluppata in collaborazione con l'Università degli Studi di Camerino (MC).
A partire dalle più consolidate concezioni scientifiche odierne, si è definita un'inedita soluzione delle problematiche create dall'evoluzionismo
alle religioni di ceppo biblico proprie della cultura occidentale.
Si definisce così una nuova concezione dei processi fondamentali dell'evoluzione
storico antropologica della religiosità umana che propone,
sempre restando nell'ambito di una corretta valutazione filosofico epistemologica,
addirittura un'inedita alternativa ai contenuti teologici e cosmologi delle
religioni più diffuse sulla faccia della Terra.
Temi chiave: Scienza e fede, religione ed evoluzionismo, esegesi, Bibbia, darwinismo,
marxismo, psicoanalisi, antropologia culturale, neuroscienze, antropologia religiosa,
origini dell'uomo.
Quest'operetta ha senz'altro un merito: quello d'aver preso sul serio tanto le categorie della storia sacra quanto quelle della storia naturale. E non per screditare le une o le altre, ma per impiegarle entrambe, alla ricerca di una sintesi. Gli eventi posti a raffronto sono sostanzialmente la “caduta” nel paradiso terrestre e la “ominazione” da cui saremmo derivati.
Gli autori si rendono subito conto che, se qualcosa di riferibile ad una caduta si è determinata nella preistoria umana ciò è accaduto in tempi relativamente prossimi; in un periodo, scrivono, “collocabile a partire dai 50.000 anni or sono, in pieno paleolitico medio” (o ‘superiore'?). E ciò perché in quel periodo l'uomo era fisicamente e intellettualmente realizzato, era geograficamente diffuso, aveva sviluppo culturale omogeneo e possedeva concezioni religiose. La “caduta” richiede un uomo completo, unico e religioso.
La difficoltà che gli autori si trovano a affrontare è la ardua conciliazione tra il “progresso” evolutivo che la paleontologia assegna all'uomo e l'idea di “caduta”. Nel passaggio tra un'epoca mitico-religiosa e l'avvento della filosofia scientifica, siamo abituati a registrare un “progresso”, che si esprime nella razionalizzazìone del mondo e nello sviluppo tecnologico. Come collocare in questo progresso, anzi proprio all'origine di questo progresso, un qualche evento riferibile ad una “caduta”?
Verolini e Petrelli risolvono l'antinomia definendo due diverse modalità della religione: una anteriore naturale-intuitiva ed una posteriore clericale-manichea, tra le quali si colloca la “caduta”.
La religione naturale (o “religione minimale”), come la concepiscono gli autori, è apertura verso il trascendente, aspirazione all'eternità. Il clericalismo manicheo, che gli autori chiamano con un neologismo un po' astruso “teoetotomistico”, è invece quello che si occupa moralisticamente del dualismo “bene-male”, “luce-tenebre”. Così messe le cose il discorso sembra filare liscio.
Nell'Eden ci sono due alberi (qui il riferimento iconologico è felice), quello “della vita”, che corrisponde alla religione che aspira all'eterno, e quello “della conoscenza del bene e del male”, che corrisponde allo sdoppiamento della realtà, dell'uomo e alla fin fine di Dio.
E se ne dirà in seguito tutto il male possibile. La storia allora è questa:
RELIGIONE > (CADUTA) > CLERICALISMO
Dove si colloca, in questo quadro, la Scienza, che un approssimativo calcolo temporale dovrebbe sistemare alla fine dell'ultimo periodo?
I nostri autori compiono una operazione garbata. Lasciata la Scienza nella modernità, quasi come quarto momento, successivo al clericalismo, ad essa assegnano una visione del mondo che corrisponde, nelle grandi linee, al nucleo centrale della visione religiosa naturale. Questa era “poetica, ingenua, sa pienziale”, a fronte della Scienza di oggi che è prosaica, astuta e pratica. Ma esse ne condividono le motivazioni fondamentali e la rappresentazione generale. E allora si sarebbe tentati di disporre in circolo i tre momenti della civiltà:
RELIGIONE > (caduta) CLERICALISMO > SCIENZA >
lasciando intravedere un ritorno post-scientifico alla religione primitiva, che gli autori certo non preconizzano. Le società clericali (teo-eto-tomistiche) avrebbero avuto breve durata, da 5-4.000 anni a.C. ad oggi, ma coprirebbero, in sostanza, tutto il periodo delle nostre “grandi” civiltà letterate: l'egizia, la minoica, la mesopotamica, la greco-romana, la ebraico-cristiano-islamica. Esse avrebbero adottato il sistema “classista, autoritaristico, sessuo-repressivo” e sarebbero state guidate dalla norma patriarcale “cui è intrinseco l'elemento di controllo: controllo della natura, di donne, di bambini” (Fromm).
È apprezzabile l'impegno degli autori di non legare la “caduta” a una rivoluzione socio-economica, come quella che si verificò all'inizio della civiltà agricola-sedentaria. La “caduta” non fu una necessità, fu un “peccato”, cioè un decadimento autonomo intervenuto nello spirito umano. A favore di questa tesi, gli autori presentano i reperti del sito di (Çatal Hüyük, scoperti da J. Mellaart in Anatolia e datati ben 9.000 anni prima di oggi. L'agricoltura e la vita cittadina erano già cominciate, eppure non si registrano dislivelli sociali, evidenze di una classe dirigente autoritaria, violenze e personalismi. La religione di Çatal Hüyük è tutta fondata sul culto della Grande Dea e (a giudizio del recensore) su sviluppate conoscenze biologiche e astronomiche. Ci può dunque essere una società (c'è stata) socio-economicamente simile alla nostra e tuttavia non autoritaria (teoetotomistica). Questo è un messaggio di speranza.
La distinzione che gli autori stabiliscono tra religione e moralismo mi trova pienamente d'accordo, come il loro rifiuto di considerare primitive e selvagge le culture preistoriche (paleolitiche). Anzi io tenderei ad attribuire loro un tensione spirituale superiore a quella dei tempi moderni, e una cultura scientifica per nulla ingenua e approssimativa. (In una ricerca pubblicata sul n° di sett. 94 del “Giornale di Astronomia”, ho dimostrato che gli uomini dell'età del ghiaccio conoscevano le nostra costellazioni e la Precessione del Polo).
“Tutto ciò che è grande nasce grande”, scrisse Heidegger.
La collocazione della Scienza come un'affermazione della ragione gentile e incantata è il punto che mi convince di meno. Il vedere la natura astrattamente, dal “di fuori”, è tipico della Scienza, ed è ben simboleggiato dal furto del pomo (o del fuoco prometeico). Nella Scienza persisterà sempre, come nella religione, una tensione tra il momento della partecipazione e quello del dominio sulla natura e sull'uomo, tra amore del sapere e scientismo. Anche la Scienza soffre di manicheismo, di clericalismo e di autoritarismo, e richiama un riscatto che la ricongiunga alla scienza di sempre, ai confini con l'eternità.
Giuseppe Sermonti
Da: Rivista di Biologia/Biology Forum,
Volume 89 N° 1 (Gennaio – Aprile – 1996) Pag. 12-16
Casa Ed. TILGHER Genova
R. Verolini, F. Petrelli, L. Venturi: "Neuroscienze ed Evoluzionismo per una concezione Olistica delle Psicopatologie e dei Disturbi della Personalità". Università degli Studi di Camerino (MC), Dipartimento di Scienze Igienistiche e Sanitarie Ambientali - Camerino 2000.

Dalla presentazione
Dagli sviluppi contemporanei di molte discipline scientifiche emergono due tendenze apparentemente contraddittorie. Da un lato, un processo di esasperata specializzazione che segmenta, moltiplica e allontana fra di loro i campi di indagine; dall'altro lato, la tendenza ad interpretare i fenomeni secondo un approccio multidisciplinare che solleva il problema della uniformità della logica che informa le diverse discipline.
L'orizzonte di ricerca delle scienze umane è stato per lungo tempo ancorato ad una visione deterministica del mondo mutuata dalle scienze naturali e ad un'impostazione "positivistica" della conoscenza. In tempi più recenti nuovi suggerimenti si sono posti alla riflessione epistemologica. Ne è emersa la formulazione di un paradigma interpretativo di natura interdisciplinare, imperniato su una concezione indeterministico evolutiva che si è progressivamente estesa al di fuori dell'ambito canonico dell'evoluzione intesa in senso biologico.
Questo volume rappresenta un tentativo di approccio multidisciplinare ad un tema complesso e controverso quale quello dell'influenza ambientale sulle espressioni superiori che coinvolgono il cervello umano. In questo intento gli autori, partendo dai risultati dei più recenti sviluppi della genetica, danno conto del processo di revisione concettuale che ha investito questioni dibattute da tempo dalla comunità scientifica e tradizionalmente impostate in un'ottica di contrapposizione, come quella relativa al rapporto tra induzione genetica ed ambientale. Inquadrando le fonti di determinazione naturale e culturale in un contesto non dicotomico, ma frutto di una complessa azione sincretica, lo studio si muove lungo un percorso da cui scaturiscono altri elementi di riflessione.
La revisione dello spazio nel quale situare l'azione modellatrice dell'ambiente culturale e le sue potenzialità di condizionamento pone in nuova luce l'influenza della struttura socio-economica e della forma religiosa. Assume rilevanza in particolare il tema del rapporto tra sistema di produzione, assetto sociale e contesto religioso, che viene qui inquadrato nella duplice prospettiva delle società di tipo pre–statuale e delle società statuali. Alle prime è associato un modello religioso primitivo–naturale, fondato su una valenza esclusivamente creatrice delle divinità; alle seconde corrisponde una struttura teologica più evoluta e rigidamente monoteistica, che trova i punti focali nel contenuto prescrittivo–normativo e in una forte connotazione morale dell'ente soprannaturale.
L'indagine di tipo etnologico e psicologico svolta nel lavoro ruota attorno a questa distinzione, ma la tesi esposta va oltre la ricognizione di alternativi modelli socio–economici e delle rispettive implicazioni sui piani etico e religioso. Vengono richiamate infatti questioni un tempo a lungo dibattute, come ad esempio quella della relazione tra sistema socio-produttivo e struttura religiosa, ereditarietà ed ambiente nonché le tesi sull'innatismo degli istinti aggressivi e il ruolo dell'ambiente culturale nell'acquisizione dei comportamenti.
La trattazione di questi temi, che mostrano quanto sia ancora centrale la soluzione del rapporto tra biologia e cultura, spinge gli autori a proporre un nuovo approccio evoluzionistico al comportamento sociale e alla personalità dell'individuo. Alla luce di una concezione evoluzionistica delle idee di normalità e di malattia, secondo un orientamento che tende ad una radicale revisione del concetto di salute mentale, a loro giudizio, è possibile valutare l'incidenza delle espressioni psichiche normali e devianti in distinti contesti socioeconomici e spiegare la correlazione tra dinamiche psicologiche ed usi e tradizioni culturali.
L'affermazione del principio di autorità e del principio di gerarchia che regolano il sistema produttivo e di aggregazione sociale nelle culture statuali di tipo occidentale si pone all'origine di meccanismi che le teorie freudiane tendono a spiegare con lo schema tripartito Io–Es–Super Io.
Secondo gli autori l'ipertrofia del Super io e la dinamica delle relazioni edipiche, che derivano dall'elaborazione di una marcata sudditanza etico morale dell'individuo nei confronti del sacro, non soltanto non costituiscono tratti ineliminabili della personalità umana, ma possono presentare soluzioni diverse in funzione del diverso sviluppo della coscienza individuale e collettiva. A loro giudizio il problema può essere affrontato grazie ai contributi più recenti delle neuroscienze sulla formazione strutturale e funzionale del cervello umano, e sull'emersione della coscienza.
Il tema, sostengono gli autori, è ricco di implicazioni sia sul piano socio-culturale, ad esempio per quanto riguarda la rispondenza fra scelte individuali e modelli di comportamento proposti dal contesto istituzionale, sia sul piano epistemologico e filosofico, sia per riesaminare tesi del passato, sia per comprendere problemi contemporanei quali i limiti della conoscenza e gli studi sul caos.
Su una materia affascinante ma di difficile trattazione, il lavoro presenta una interessante prospettiva di lettura, mostrando spunti di originalità, secondo un'impostazione multidisciplinare che consente di basare l'approccio critico ai "mali" della nostra società su fondamenti teorici ed empirici.
Massimo Finoia
Università degli Studi Roma Tre
Roma, 21 novembre 1999
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